NINJUTSU
I fantasmi della notte
In tutta la lunga storia del Giappone, nessun gruppo di uomini ha mai causato tante devastazioni o generato più terrore di quanto non abbiano fatto i ninja. Vestiti di nero dalla testa ai piedi ed armati con un folto arsenale di armi mortali e di trucchi segreti, questi esperti medioevali dello spionaggio, del sabotaggio e dell’omicidio presero piede silenziosamente ma inesorabilmente durante il turbolento periodo che va dal 13° al 17° secolo.
Leggendari persino ai loro stessi giorni per le sbalorditive azioni armate, i ninja erano davvero in grado di compiere prodezze ancora maggiori di quelle attribuite loro da libri o film odierni.
Storie fantastiche asseriscono che un ninja era capace di volare, camminare sull’acqua, vivere sott’acqua come un pesce, diventare invisibile a suo piacimento, sprofondare nel terreno, passare attraverso mura impenetrabili, scomparire in una nuvola di fumo, trasformarsi in un animale. Nonostante queste dicerie sembrino poco credibili, c’è una spiegazione logica per ciascuna, un pizzico di verità celato in mezzo a questa nebbia di leggende.
Il ninja ha creato la più strana e spaventosa arte marziale mai importata dalle vaste regioni dell’Asia. Il Ninjutsu, che incorpora le discipline spartane del Bushido, raggruppa tutte le arti marziali esistenti in quel tempo: il kenjutsu (abilità nell’uso della spada), il kyujutsu (uso dell’arco), il bojutsu (uso del bastone), lo iaijutsu (tecniche di estrazione e taglio rapido) e il kumi-uchi (combattimento a mani nude) per citarne solo alcune.
Il ninja non doveva essere solo un esperto delle armi tradizionali, ma doveva anche destreggiarsi nell’uso di un terrificante arsenale di armi non convenzionali che includevano, tra le tante, l’uso di lame, pugnali, dardi, rondelle affilate a forma di stella, pugni di ferro, lacci per strangolare, bastoni di bamboo rinforzati con del ferro, scale a pioli fatte di corda, uncini per arrampicarsi, fucili, granate, fumogeni, polveri accecanti, bastoni cavi che spruzzavano vari tipi di veleni ecc.
Ma questo era solo l’inizio dei durissimi allenamenti per questi maestri dell’arte “meschina” del sovversivismo e del controspionaggio. Si esercitavano per ore ed ore al fine di essere poi in grado di compiere fantastiche imprese come scalare mura e scogliere insormontabili, rimanere sott’acqua per molti minuti e, riducendo la respirazione con tecniche appropriate, sembrare morto agli occhi dei suoi nemici.
Da qui le credenze popolari che fecero del ninja un superatleta capace di grandi gesta. Egli poteva camminare e correre più velocemente e silenziosamente di un uomo normale, saltare più in alto, nuotare più veloce e più a lungo sopportando fatiche tremende. Seiko Fujita, discendente di una famiglia ninja morto anni fa, affermava che un ninja poteva saltare una distanza di oltre sette passi e percorrere le 350 miglia da Tokyo a Osaka in soli tre giorni.
Per necessità il ninja era un artista della fuga che avrebbe fatto fare anche al grande mago Houdini la figura del principiante. Aveva a disposizione moltissimi stratagemmi per uscire indisturbato dalle situazioni più intricate. Si nascondeva di vedetta sulle soffitte, sotto i pavimenti, restando sott’acqua e respirando tramite canne di bamboo e pipe da tabacco, celandosi in tronchi cavi così bene da sembrare lui stesso una roccia o un ceppo d’albero. In effetti la sua abilità di non dare nell’occhio e sparire nello scenario circostante fu quello che alimentò la leggenda che il ninja potesse rendersi invisibile a piacimento. Non deve quindi sorprendere se il Ninjutsu fu definito “l’arte dell’invisibilità”. Da vari punti di vista i ninja somigliavano molto agli indiani d’America. Spartani per natura e per costumi entrambi i popoli svilupparono grande forza di spirito e di sopportazione. Sapevano camminare silenziosamente e coprire lunghe distanze in pochissimo tempo. Potevano anche avvertire i rumori e i pericoli imminenti poggiando l’orecchio al suolo. Entrambi non erano solo eccellenti cavalieri, ma erano bravi sia con il coltello che con l’arco. I ninja, così come gli indiani, si servivano di frecce incendiarie (ka-ya) per dar fuoco ai campi nemici e comunicavano con segnali di fumo di giorno, con richiami di animali od uccelli di notte. Si vantavano molto del loro coraggio, preferendo la morte piuttosto che la cattura.
Il ninja era anche un consumato attore ed un maestro dell’inganno, il classico uomo dai mille volti. Contrariamente a quanto viene cinematograficamente proposto, cioè il ninja interamente vestito di nero, che scivola via da un castello di notte, in realtà era una spia dai nervi d’acciaio che soleva celarsi sotto mentite spoglie (un prete, un contadino, un soldato nemico).
Ma non sapeva soltanto recitare la parte del prete o del contadino; doveva conoscere tutto sul personaggio che andava a interpretare. E quando, per svolgere una missione, entrava in una nuova città egli era completamente edotto sugli usi e costumi dei della regione, come i suoi stessi abitanti.
Certo, le missioni più straordinarie erano assolte durante la notte, preferibilmente in assenza di luce lunare o in nottate nebbiose, quando il suo abito nero era di fatto invisibile. D’inverno quando la neve copriva l’ambiente, indossava un’uniforme totalmente bianca. Persino il fodero della sua spada era bianco e sotto le sue calzature legava pezzi di metallo a 5 lame che gli permettevano di camminare sulla neve e sul ghiaccio.
Per lunghe missioni, il ninja portava con se cibi e bevande altamente concentrate. Farmacista provetto, il ninja era in grado di procurarsi all’istante veleni e medicine.
Il ninja poteva essere impiegato per carpire informazioni, per spiare i movimenti del nemico e, con l’inganno, indurre all’errore il rivale sulle reali intenzioni del suo condottiero. Se ciò non bastava, poteva essere mandato all’interno del campo nemico per appiccare incendi, sabotaggi e persino per assassinare il comandante nemico. Suddivisi gerarchicamente in 3 gruppi (condottieri di alto rango, capi di rango minore ed agenti ordinari) la vasta organizzazione talvolta raggiungeva i 1000 uomini o più.
Queste organizzazioni di spie includevano tra le loro fila anche delle donne ninja, denominate kunoichi. Questa sorta di Mata Hari feudale era spesso una fanciulla rapita tra le stesse famiglie ninja o reclutata da famiglie in villaggi nemici. La loro arma principale era l’uso della bellezza per carpire segreti importanti dai comandanti nemici. Sebbene fossero abili nell’uso delle armi ninja la loro arma più usata era un lungo, tremendo spillone celato innocentemente nella capigliatura.
Un uomo nasceva ninja e moriva tale. C’erano pochissimi estranei all’interno dei loro clan che presero piede nelle province del nord di Iga e Koga e nel sud-ovest di Noagoya tra le aspre colline del Giappone centrale. Una organizzazione di ninja poteva essere assoldata da un signore locale per liberare i sudditi dall’oppressione, mentre un’altra banda si vincolava ad un ambizioso daimyo (un potente lord feudale) nel suo tentativo di espandersi territorialmente.
Il segreto della sopravvivenza per un ninja consisteva nel rimanere nel più completo anonimato, e solo pochi maestri riuscirono a diventare famosi. I ninja traditori venivano spietatamente inseguiti ed uccisi dai loro stessi compagni. Se uno era sul punto di essere catturato, soleva uccidersi per evitare di essere torturato o di raccontare qualche segreto. Si dice che qualcuno si sia slogato le mascelle pur di non parlar, mentre altri si sfigurarono il volto con un coltello per evitare di venir riconosciuti e gettare così discredito e sospetti sulla propria famiglia. Giacchè spesso i ninja lavoravano in squadra, capitava talvolta che arrivassero ad uccidere i propri compagni qualora si attardassero o fossero sul punto di essere catturati per salvaguardarsi da eventuali confessioni estorte con la tortura. Un pugnale o un dardo avvelenato era tutto ciò che bastava.
Uno degli aspetti più intriganti del Ninjutsu era l’uso di posizioni magiche eseguite con le dita denominate kujikiri. L’idea era quella di fissare il nemico con un misterioso intreccio delle dita, uno sguardo ipnotico e una strana cantilena servivano a confondere ed a far perdere la concentrazione al nemico. Allo stesso modo serviva per rinforzare lo stato d’animo del ninja e permettergli di concentrarsi per uscire da situazioni disperate. Una sorta di malocchio medioevale, che poteva lasciare il nemico così perplesso da permettere al ninja di scappare. L’unificazione del Giappone segnò la fine improvvisa dell’attività dei ninja, eccezion fatta che in supporto allo stato. Più in là furono rigorosamente proibite le guerriglie tra signorotti rivali o contro lo stato e drastiche misure furono prese per rafforzare la validità di questo editto quali il rinchiudere i rivali per anni nel castello dello shogun nella regione di Edo. Questo portò anche alla repressione contro le associazioni ninja allo scopo di prevenire cospirazioni contro la classe al potere. Gli scudieri dei signori locali spesso si mascheravano con gli abiti dei ninja per fare incursioni notturne contro i rivali.
Comunque queste guardie del corpo e servitori di samurai erano ninja solo in apparenza e contribuirono a diffamare il Ninjutsu e i suoi praticanti come fuorilegge ed oppressori.
Quando nel 17° secolo lo shogun Tokugawa bandì la pratica del Ninjutsu pena la morte, venne steso un velo di segretezza su di un’arte già di per sé occulta e che tale è rimasta anche ai giorni nostri.
Ombre dal passato
Si suppone che il Ninjutsu abbia avuto origine più di 2000 anni fa come si desume da un trattato dell’arte dello spionaggio della letteratura militare cinese intitolato Sun Tsu, scritto dal grande stratega Sun Wu che visse nel periodo tra il 500 ed il 300 a.C.
Ma non fu prima del 6° secolo d.C. che le tecniche dello spionaggio vennero introdotte in Giappone. Il principe reggente Shotoku (593-622 d.C.) fu il primo che impiegò agenti per indagini segrete. Seguirono 500 anni in cui il Ninjutsu prese piede grazie alle imprese di uno sparuto gruppo di monaci ribelli noti come Yamabushi (“guerrieri delle montagne”).
Dopo la morte del principe Shotoku, il Giappone venne scosso da un’aspra lotta tra buddisti e scintoisti pe quale delle due dovesse diventare la religione di stato. La disputa presto coinvolse potenti casate nobiliari, trascinando la nazione nel disordine. Fu in questo periodo che uno Yamabushi di nome En-No-Gyoja uscì allo scoperto tentando di ristabilire l’ordine con lo Shugendo, una nuova forma di propagazione del buddismo.
Dal momento che l’introduzione della nuova religione guadagnava simpatie tra la popolazione, era inevitabile che gli aristocratici si rivoltassero contro En-No-Gyoja ed i suoi seguaci. Inoltre, temendo che gli Yamabushi potessero usurpare loro il potere, i nobili inviarono un vasto schieramento di truppe governative per sottometterli. Costretti a lottare contro un innumerevole gruppo di nemici, questi monaci-guerrieri fecero proprie le tecniche e le strategie delle milizie cinesi del combattimento sia individuale che collettivo.
Conglobando in sé l’Omyodo durante il periodo Heian (794-1885), il Ninjutsu fece un altro grande passo avanti. L’Omyodo, un’antica scienza che include in sé l’arte divinatoria cinese e l’astrologia, fu ampiamente praticata dagli Yamabushi ed altri guerrieri. La potente casata dei Genji che dominò il Giappone contro la famiglia Heike, mantenne stretti contatti con gli Yamabushi, predecessori dei ninja. Il Ninjutsu fu inserito tra le arti marziali che i guerrieri Genji dovevano conoscere nel farsi portavoce degli ordini imperiali per sopprimere i ribelli che imperversavano le frontiere, così come fece il governo degli Stati Uniti dopo la Guerra Civile contro i pellerossa ribelli.
Nonostante questi eventi, fu nel mezzo del periodo Heian che furono gettate le basi del Ninjutsu ed esso assunse la forma che venne poi seguita per i 4 secoli successivi. La provincia di Iga (ora prefettura di Mie) era comandata dalla famiglia Hattori i cui membri erano istruiti nell’arte dello spionaggio da asceti e da Yamabushi che vivevano nella provincia stessa, e fu qui che la famiglia Hattori gettò le basi della scuola ninja di Iga.
Attacco a sorpresa
Nel 1185 il governo centrale a Kyoto era così fiacco che per la capitale di notte si aggiravano tre ladri che avevano appreso il Ninjutsu dal maestro Kurama, a nord della capitale. Furono istituite numerose scuole di budo per addestrare i giovani all’arte della guerra e dello spionaggio, e tra queste si annovera anche la scuola fondata del famoso eroe Genji Yoshitsune. La più antica scuola di Ninjutsu in Giappone si specializzò nella tecnica dei salti e degli attacchi a sorpresa, una terribile strategia che secoli più tardi avrebbe raggiunto l’apice nei tremendi attacchi contro la Cina nel 1895, la Russia a Port Arthur nel 1904, l’America a Pearl Harbour nel 1941.
Prima di fondare la sua scuola di Ninjutsu, Yoshitsune aveva appreso le arti marziali alla scuola Kurama-Hachi-ryu che era sotto l’insegnamento degli Yamabushi del maestro Kurama. Ma né l’operato di Kurama né quello di Yoshitsune portarono all’indipendenza del Ninjutsu. Al contrario, esso continuò ad essere insegnato soltanto come una delle tante arti marziali. Infatti non fu prima dell’avvento delle famiglie Hattori e Momochi (tardo 12° secolo) nella provincia di Iga, la culla del Ninjutsu, che quest’arte divenne una cosa a parte.
L’avvento dei samurai e dello stile governativo dello shogunato durante il periodo Kamakura (1192-1333) segnò l’inizio del periodo aureo del Ninjutsu che si sarebbe poi espanso nei successivi 4 secoli a venire. In quei tempi vennero fondate oltre 25 scuole facenti capo alle provincie di Iga e Koga. Sempre in questo periodo venne introdotta nel Giappone la filosofia Zen, subito abbracciata dalla classe dei samurai. Le famiglie Hattori a Oe gestivano in comune la provincia di Iga, mentre in quella di Koga oltre 50 famiglie ninja si adoperarono per la fondazione di una scuola di Ninjutsu.
Una nuova scuola di Ninjutsu, la Kusunoki-ryu, venne fondata nel mezzo del 14° secolo da un famoso guerriero chiamato Masahige Kusunoki. Sebbene tutte le scuole facevano buon uso delle tecniche dell’attacco a sorpresa, la giovane scuola di Yoshitsune accentuò l’attenzione sui metodi dell’attacco diretto, mentre quella di Kusunoki si specializzò nell’attività di spionaggio attraverso un’estesa rete di informatori segreti. La scuola Kusunoki basava le sue operazioni utilizzando un organico di 40 elementi dislocati nelle città di Kyoto, Osaka e Kobe dove raccoglievano informazioni su eventuali movimenti ostili del nemico.
Simile in un certo senso al periodo travagliato che avrebbe avvolto gli Stati Uniti del nord e del sud 500 anni dopo, il Giappone fu aspramente scosso nel 14° secolo da una guerra civile tra le dinastie del nord e del sud. E come per la guerra d’America, anche in Giappone vinse il nord e le parti in causa vennero unificate dall’imperatore del nord nel 1392. Ma intorno alla metà del secolo successivo, circa 75 anni più tardi, scoppiò un nuovo conflitto interno ancor più grave. Le cose andavano sempre peggio e l’intero paese era letteralmente distrutto dalle lotte intestine fino all’unificazione del 1590 ad opera di Kideoyoshi Toyotomi.
Ma fu durante questi 4 secoli di guerre civili ed incessanti capovolgimenti di fronte che le abilità dei ninja furono ampiamente richieste dai signorotti locali. Sebbene in quel periodo fossero nate molte scuole di Ninjutsu, nessuna poteva competere per tecnica con quelle di Iga e Koga.
Nel 1543 i commercianti portoghesi introdussero nel Giappone le armi da sparo con sistema a scoppio e, sebbene il loro impiego modificò in un certo senso le tradizionali strategie belliche, non fu prima della restaurazione imperiale del 1868 né, un decennio dopo, la ribellione di Satsuma che le armi da sparo ebbero un ruolo determinante negli scontri militari.
Anche l’uso di fucili e di polveri da sparo non alterò del tutto gli antichi metodi di spionaggio impiegati dai ninja. Ciò aggiunse soltanto delle novità al loro arsenale e diversificò alcune delle loro strategie. L’unico uso che i ninja facevano del fuoco prima dell’avvento della polvere da sparo era quello di scambiarsi informazioni con segnali di fumo dalle vette delle montagne come facevano gli indiani d’America. I ninja inoltre facevano uso di vari tipi di torce.
Ma ora i ninja escogitarono granate fumogene in cui celarsi, fecero pistole tascabili per le loro incursioni e crearono frecce esplosive, mine antiuomo, cannoni fatti di legno, persino, almeno i più recenti, capaci per le loro ridotte dimensioni, di essere usati semplicemente imbracciandoli come un piccolo bazooka. Come già detto le armi da fuoco vere e proprie giunsero in Giappone solo con l’avvento degli occidentali ed i ninja furono i primi guerrieri dell’Impero ad impadronirsi dei loro segreti mentre i samurai esitavano ad adottarle per la fedeltà al Bushido e per timore che una simile arma alla portata di tutti ponesse fine ai privilegi del loro rango. In questo campo i ninja non si espressero con l’abituale fantasia: accettarono le nuove armi barbare senza apportar loro sostanziali modifiche, anche perché i concetti teorici del loro uso e la tecnologia che la loro costruzione prevedeva erano troppo di recente acquisizione.
Gli unici adattamenti consistettero nella produzione di minuscoli cannoni che, per permetterne il trasporto, anziché in bronzo furono costruite in legno indurito con il fuoco, il che li rendeva utili, il più delle volte, per un solo colpo.
Questa rigidità d’uso non poteva essere amata da guerrieri trasformisti come i ninja che, perciò, non impiegarono spesso questo tipo di arma, né i moschetti, né le lunghe pistole ad acciarino dell’epoca. Quando lo fecero modificarono a volte la forma delle impugnature (operazione usata anche in occidente) trasformandole in asce o pugnali in modo da usarle anche se scariche
Talvolta tuttavia, una piccola pistola di bronzo, chiamata Futokoro-Teppo, ovvero “fucile da nascondere in petto”, veniva portata con sé per usare il suo unico colpo come ultima risorsa contro il nemico o per togliersi la vita prima di una imminente cattura.
Tornando alla trattazione storica, molti signorotti feudali noleggiarono dei ninja per spiarsi reciprocamente. Tra questi, due dei più famosi capi erano il potentissimo Shingen Takeda e il suo eterno rivale Kenshin Uesugi. I ninja guidati da Takeda organizzarono punti di segnalazioni luminose dalla cima delle montagne per inviare rapidamente informazioni dalla capitale dell’impero (Kyoto) alle loro fortezze montane, mentre le spie di Uesugi svolgevano le loro attività spacciandosi per medici. Anche Ieyasu Tokugawa, il famoso generale che più tardi stabilì il proprio shogunato tramandandolo per oltre due secoli e mezzo, si servì dei ninja per frequenti attacchi a sorpresa durante le battaglie. Mentre la provincia di Koga era governata da più di 50 famiglie ninja, solo tre antiche famiglie dominavano nella provincia di Iga: gli Hattori, i Momochi ed i Fujibayashi. La famiglia Momochi comandava la parte più a sud della provincia, gli Hattori sezione centrale, i Fujibayashi sia la parte settentrionale di Iga sia la parte più a sud della provincia di Koga, così da utilizzare nella sua organizzazione agenti provenienti da entrambe le regioni.
Tre dei più famosi condottieri ninja furono Sandayu Momochi, Hanzo Hattori e Nagato Fujibayashi, e tutti agirono nella regione di Iga durante il travagliato 16° secolo. Per confondere i suoi nemici e celare la prorpia identità Sandayu ebbe tre case separate con una moglie ed una famiglia a parte in ognuna. Quando le cose si mettevano male in una zona, lui cambiava casa assumendo una nuova identità. Uno tra i più noti, Goemon Ishikawa, che in seguito divenne un famoso ladro, quando fu catturato venne condannato a morire bollito vivo in un enorme calderone d’acqua.
Nemici del buddismo
In quel periodo vi erano tre grandi condottieri: Nobunaga Oda ed i suoi due generali Hideyoshi Toyotomi e Ieyasu Tokugawa. Oda e Toyotomi si servirono di molte spie militari, ma nessuna di esse era un ninja né di Iga, né di Koga. Da quando il Ninjutsu fu insegnato dagli Yamabushi, ovviamente i ninja continuarono a mantenere stretti legami con il buddismo. D’altra parte Oda e Toyotomi erano inesorabili nemici della religione buddista. Era loro pratica comune uccidere preti ed incendiare i loro templi ad ogni occasione. Per questo motivo i ninja di Iga e Koga divennero i nemici giurati di questi famosi condottieri.
Questo odio, sommato ad una serie di futili tentativi dei ninja di uccidere il generale Oda, portò questo crudele condottiero ad invadere la provincia di Iga (3 Novembre 1581) con un esercito di 46.000 uomini contro un gruppo armato di ninja di Iga inferiore a 4.000 uomini. In poco meno di una settimana Nobunaga Oda aveva sottomesso tutta la zona, dopo aver trucidato moltissimi ninja e condannato a morte quasi tutti i guerrieri fatti prigionieri. I superstiti lasciarono la provincia e si dispersero per tutto il paese, quindi si misero a disposizione di nuovi signorotti.
Secondo una cronaca della battaglia, Sandayu Momochi si battè con coraggio e valore, ma non si fa menzione di Nagato Fujibayashi. Per questa omissione diversi storici sono arrivati alla conclusione che questi due personaggi erano la stessa persona che si serviva furbescamente di due identità distinte. Due case di Sandayu sono rimaste intatte fino ai nostri giorni. La terza, la più grande fortezza delle vallate di Iga e Ueno detta Takiguchi-jo, venne distrutta da Oda. Dal momento che la morte di Sandayu non fu mai confermata con certezza, si pensa che sia riuscito a fuggire durante la battaglia dirigendosi ad oriente e stabilendosi nella provincia di Kii sotto le spoglie di contadino. Questa è la spiegazione più plausibile da quando questa provincia fu sottomessa all’influenza di Oda e dominata da varie famiglie di militanti buddisti.
Per circa 4 secoli Sandayu riuscì a nascondere agli storici la sua vera identità. Ma la scienza moderna alla fine fece luce su questo misterioso ninja. Soltanto pochi anni fa un archeologo localizzò la sua tomba. Essa era situata in un piccolo terreno collinare di fronte a una delle tante fattorie tra le vallate di Nabari, a circa 15 miglia a sud di Iga-Ueno. Sembra inoltre che il grande guerriero ninja abbia provato a far ritorno in patria prima di morire. I vicoli segreti usati da Sandayu che si snodano tra queste fattorie sono ancora visibili ai giorni nostri.
Il 17° discendente di Sandayu Momochi vive tutt’oggi in una fattoria di 400 anni fa alle pendici più a nord della catena montuosa di Oka-Une con sua moglie e tre bambini. Il suo nome e Itsuki Momochi, un contadino di 58 anni; purtroppo Itsuki è più dedito all’agricoltura che alla pratica esercitata dal suo avo e possiede soltanto un documento di famiglia per dimostrare il suo ricco retaggio di discendente ninja. Sembra infatti che suo nonno riunì tutti i cimeli di famiglia e li mise in vendita presso vari musei e collezionisti privati di Tokyo.
Sull’alta collina che sovrasta la città di Iga-Ueno, il cuore del Ninjutsu, si trova l’imponente Castello di Hakuho, costruito nel 16° secolo dal signorotto feudale Takatora Toda, il quale radunò molti ninja e li aiutò nei loro allenamenti. Il prototipo del castello di Edo (oggi Tokyo) aveva un pozzo molto profondo che conduceva a un tunnel da usarsi come uscita d’emergenza. Pochi anni fa il castello fu gravemente danneggiato da un tifone, ma è stato di recente riportato al suo antico splendore. I ninja di Koga erano presenti anche nelle roccaforti del nord nel Giappone; infatti, così come nel castello di Iga-Ueno, si insediarono in quello di Hikone costruito nella sponda ad est del lago Biwa, nell’attuale prefettura di Shiga. A conferma di ciò, molte città vicine portano ancora il nome di famiglie ninja che vissero in quei luoghi (Iga-cho, Shinobi-cho). Alcuni storici affermano che i ninja di Koga siano i discendenti dei ronin (samurai senza padrone) che si insediarono in quella zona e si organizzarono contro i ninja di Iga.
Dopo circa un anno dalla sconfitta delle famiglie ninja di Iga da parte di Oda Nobunaga, lo stesso Oda fu ucciso a Kyoto per mano di un altro grande condottiero, il suo stesso luogotenente Mitsuhide Akechi. Contemporaneamente uno dei generali di Oda, Ieyasu Tokugawa, si trovava nella città di Sakai, vicino a Osaka, e stava per essere attaccato dai soldati di Akechi. Per sua fortuna, Tokugawa riuscì ad allearsi con i pochi ninja superstiti guidati dal grande Hanno Hattori, impiegandoli come guardie del corpo personali e garantendosi così il ritorno dentro la propria roccaforte a Okazaki.
La protezione offerta da Hattori fu così utile che Tokugawa lo nominò suo braccio destro e, più in là, durante il suo shogunato, lo impiegò nei servizi segreti. Hattori fu nominato comandante, mentre i suoi ninja di Iga vennero assunti come “giardinieri” dei parchi vicini alla dimora dello shogun nel castello di Edo. Sebbene fossero delle guardie del corpo, svolgevano realmente il mestiere di giardinieri durante i periodi di pace, ma quando si prospettava un’emergenza venivano usati per missioni di controspionaggio mentre le schiere dei ninja di Koga dello shogun assolvevano compiti di polizia e di comando tattico.
Spesso lo shogun inviava questi agenti segreti per indagare sui vassalli irrequieti e sempre pronti a fomentare rivolte. I signorotti feudali, inutile a dirlo, erano sempre all’erta e qualora trovassero un agente ninja, lo uccidevano di nascosto affinché non si scoprisse l’identità dell’assassino. Si dice che la potente famiglia Satsuma, che governò la zona meridionale di Kyushu, era così guardinga che nessuno dei 10 ninja inviati in quella provincia fece mai ritorno.
Forze di Polizia
L’ultima grande azione militare compiuta dai guerrieri di Iga fu svolta da 10 ninja inviati insieme alle truppe dello shogun Tokugawa contro 40.000 ribelli cristiani asserragliati nel castello di Shimabara nel 1637. Quando venne restaurato l’ordine e la pace e il loro servizio segreto di controspionaggio non venne più richiesto, molti ninja vennero impiegati come poliziotti o come investigatori. Qualcuno dei ninja di Iga, comunque, rimase come “giardiniere” alla corte dello shogun.
Il perdurare della pace portò i ninja a cambiare il raffinato allenamento dello spionaggio e ad affinare le abilità di investigazione criminale. All’inizio del 18° secolo gli antichi ninja di Iga e Koga fondarono le forze di polizia di Edo, annoverando così ninja di altre zone, tra cui si ricordano i guerrieri di Negro, discepoli di una branca della scuola Iga. I discendenti di questi ninja-detectives continuarono a svolgere un ruolo di primo piano anche dopo la caduta dello shogunato nel 1867.
I ninja di Iga ebbero forse maggior attitudine a svolgere i compiti della polizia. Dopo la loro sconfitta ad opera di Oda Nobunaga nel 1581, loro fuggirono per tutto il paese; inoltre i loro discendenti continuarono a vivere nelle loro nuove città di adozione dove iniziarono a svolgere il lavoro di poliziotti. Perciò per i ninja-poliziotti di Iga fu più facile organizzare una rete di agenti delle loro stesse famiglie con cui scambiare informazioni e dare la caccia ai criminali. Ma se alcuni ninja si schierarono dalla parte della giustizia, altri invece fecero l’opposto. Diventare ladri o assassini era una trasformazione facile per loro. Goemon Ishikawa, un luogotenente di Sandayu Momochi, fu forse il più famigerato di questi sebbene i giapponesi lo considerassero un ladro gentiluomo, una sorta di RObin Hood del Giappone. Anche ai nostri giorni, il riferimento alle strategie ninja persiste tra i ladri. Pochi anni fa la polizia della Prefettura di Kanagawa, vicino Tokyo, arrestò una banda di 10 ladruncoli vestiti con il tradizionale abito nero dei ninja i quali osarono addirittura fare irruzione in un club privato della Marina Militare degli Stati Uniti.
Oggi poco più di una mezza dozzina di praticanti tiene vive le tradizioni dei loro antenati. Leggi restrittive inoltre li limitano ai soli allenamenti a mani nude; è quindi solo grazie a loro che il Ninjutsu continua a vivere